La Nostra Città

Bisceglie si affaccia sull’adriatico con il suo piccolo porto che sorge su una tipica e profonda erosione del territorio, detta “Lama”. La cittadina deriva il suo nome da Vescegghie che era la zona dove un tempo cresceva un tipo di quercia, il Viscile. Lo stemma della città infatti è rappresentato da un albero di quercia sradicato di colore oro  in campo rosso con forma di scudo. Ricordiamo che il colore oro dell’albero è dovuto a Carlo d’Angiò che volle premiare la città per la sua fedeltà. La città vecchia situata in posizione sopraelevata conserva numerose testimonianze storiche ed architettoniche come case del XV e XVI secolo, la splendida Cattedrale, la chiesa di Santa Margherita del 1197, l’antica chiesa di Sant’Adoeno e il Castello Medioevale costruito dagli Svevi e in seguito ampliato e abbellito dagli Angiolini.

Ma Bisceglie viene ricordata in tutti gli itinerari archeologici soprattutto per la presenza nel suo agro di diverse costruzioni funerarie di età pre-classica, i Dolmen, dei quali il più importante e meglio conservato è quello detto La Chianca. Questo dolmen di età megalitica che affiora tra i verdi ulivi delle sue campagne ci svela che l’uomo è presente nel territorio di Bisceglie da almeno 3500 anni.

 

Verso l’undicesimo secolo, poi, in epoca longobarda, si costituì un piccolo borgo  contadino e marinaro: è questo il periodo  in cui sorgono i vicini borghi di Terlizzi e Giovinazzo, ma anche il tempo delle scorrerie dei Saraceni i quali saccheggiavano e distruggevano i casali sparsi nell’entroterra. Per paura dei Saraceni, le genti dei casali preferiscono un luogo più sicuro e chiedono asilo e protezione al Conte Pietro detto Pietron, in cambio di fedeltà e di aiuto nel mantenimento del Feudo. Nel 1060 il piccolo borgo è cinto di mura fortificate e rinforzate da diverse torri, a guardia delle quali pose la massiccia torre, erroneamente detta “normanna”, che i pescatori chiamarono anche “maestra” perché oltre al compito di vedetta militare, svolgeva anche il compito di guida per le barche che si trovavano in alto mare.

Nel 1063 il Papa Alessandro II istituì in Vescegghie la diocesi affidandola al suo primo Vescovo Giovanni.

In città il potere civile ed ecclesiastico è riunito nelle mani del Vescovo, che risiede nell’Episcopo che è anche sede del comune. E’ questa l’epoca in cui la città si fregia dello stemma civico in cui è raffigurata una quercia che ricorda il nome del luogo. Vescegghie, nome che nei documenti ufficiali verrà erroneamente latinizzato in Vigiliae.

Nel 1073 viene iniziata la costruzione della Cattedrale dedicata a San Pietro, in onore al nome del Conte, ma il popolo era devoto già di Sant’Antonio Abate primo protettore della città, tanto da trasferirne il culto nella Cattedrale appena costruita. Sono anni questi in cui la città sembra un unico cantiere, palazzi patrizi si affiancano a case popolari, su vie piuttosto strette e oscure, intorno a un unico centro vitale: il Duomo. Nel 1074 venne eretta la chiesa di Sant’Adoeno in onore del protettore dei soldati normanni, e nello stesso anno il Vescovo Dumnello concede l’utilizzo della stessa a oltre 100 famiglie di casalini provenienti dai casali di Cirignano, Pacciano e Zappino i quali in cambio della piena autonomia con diritto di battezzare, di suonare le campane e di nominare i rettori, si impegnavano a versare al Vescovo un censo annuale.

E’ un periodo prospero per Bisceglie,l’attività marinara va a gonfie vele, vengono allacciate relazioni commerciali con le Repubbliche Marinare, specie con Amalfi dalla quale si trasferiscono numerosi nuclei di commercianti, portando con loro costumi e tradizioni. Così mentre la fiorente citta di Trani emanava gli Ordinamenta Maris, i marinai di Bisceglie stipulavano accordi commerciali con le città con le quali venivano in contatto, così come ne testimonia la Carta Marinara del 1211 nella quale si descrive l’accordo commerciale con la città di Ragusa Dalmata. In questo accordo si stabiliva la reciproca revoca delle tasse sulle merci vendute dei diritti portuali.

Anche Bisceglie come la vicina Trani ebbe la sua colonia di ebrei, testimonianza ne è stata fino a pochi anni fa nel nome della strada La Giudea oggi Via Tevere. I biscegliesi furono poco tolleranti con gli ebrei, infatti nel 500 le leggi locali vietavano la residenza in città a ebrei ed eretici che al massimo potevano rimanervi per affari solo tre giorni, altrimenti venivano puniti con la confisca dei beni e con punizioni corporali.

Nel 1222 l’imperatore Federico II costruì il castello affiancandolo alla Torre Normanna. L’edificio a pianta quadrangolare aveva torri quadrate agli angoli. Costruito con poche ed eleganti stanze, venne custodito da un castellano  e da pochi fanti a cavallo. Verso la fine del 500 il castello, risultato essere inadatto secondo i nuovi criteri di fortificazione, venne completamente abbandonato entrato a far parte del patrimonio comunale. Gli Svevi oltre al castello, edificarono torri di vedetta nell'agro, come la Torre Gavetino nella omonima zona, o la Torre di Sant'Antonio, o quella di Zappino nei pressi del casale.

Nel 1266 Bisceglie entra a far parte del feudo dei Conti di Monfort, che scesi al seguito di Carlo d'Angiò e per volontà sovrana, tennero queste terre come propri feudi. Tra il popolo di Bisceglie i più accaniti sostenitori degli Angiolini sono i Falcone, potenti e ricchi signori i quali occupano le più importanti cariche politiche, religiose e civili. Ma anche il popolo non è da meno a fedeltà verso gli Angioini tanto che Re Carlo II premia la città decorando lo stemma comunale con una quercia d'oro in campo rosso con su scritto fedelissima.

Nel 1326 la città passa sotto il potere di Roberto, fondatore insieme al fratello Filippo del vasto principato di Taranto. Inizia per Bisceglie e altre città vicine un periodo di instabilità e lotte interne dovute al malgoverno della Regina Giovanna I, detta dei quattro mariti, succeduta a Roberto. Intrigante e capricciosa, con l'aiuto del Conte Pipino da Barletta, fa uccidere il marito Andrea d'Ungheria subendone poi le conseguenze di suo cognato il Re Luigi d'Ungheria sceso in Italia per vendicarne la morte del fratello Andrea.

L'opera della Regina, che nel frattempo si era rifugiata ad Avignone presso il Papa, accende in tutta la Puglia focolai di ribellione e di guerriglia fino al 1352 quando, per intercessione del Papa, il Re d'Ungheria riconosce Giovanna Regina di Napoli. L'ultimo atto di guerriglia nella contea di Bisceglie si ebbe tra Luigi I° d'Angiò e Carlo III° di Durazzo al seguito del quale c'era il capitano di ventura Alberico da Barbiano. Nella notte del 13 settembre il Barbiano riusciva ad entrare in Bisceglie, attraverso un varco aperto presso la Chiesa di San Nicolò al porto e a scacciare i francesi dopo aver seminato orrore e morte tra gli abitanti.

Ora la città è divisa in due fazioni, i durazzeschi e gli angioini. Questi ultimi stanchi delle violenze ad opera di Carlo III° di Durazzo, aprirono le porte della città all'esercito di Luigi d'Angiò che rioccupò la città, sfogando sulla popolazione il tradimento subito nonostante i tentativi di impedirlo fatti dallo stesso Luigi I°, il quale rientrato in città, vi morì pochi giorni dopo a causa delle ferite riportate durante la battaglia. Il corpo verrà sepolto nella Chiesa di San Ludovico, dove più tardi sulle stesse rovine sorgerà la chiesa di San Luigi. Dal 1405 al 1414 il feudo cade sotto il diretto controllo della Regina Giovanna II la quale concede a Bisceglie alcuni privilegi come l'esenzione del pagamento di alcune tasse. A complicare il periodo angioino vi entra anche lo scisma cattolico. Infatti a Bisceglie troviamo un Vescovo scismatico, eletto dall'antipapa, certo Nicola Petracino il quale aveva come cattedra vescovile la chiesa di Sant'Adoeno. A ricordare il periodo dell'antivescovo in Sant'Adoeno, si conserva ancora il sigillo episcopale.

Nel 1442 una nuova crisi interna da l'occasione ad Alfonso V° d'Aragona di scacciare definitivamente gli Angioini dal Regno instaurandovi una dinastia Aragonese. La conquista della Puglia da parte di Alfonso V° risulta difficile a causa della fedeltà mostrata dalle città pugliesi verso gli Angioini.

Bisceglie in particolar modo, memore dei benefici ricevuti dagli Angioini, divenne uno dei più vivaci centri di resistenza angioina. La ribellione di Bisceglie venne duramente repressa dagli Aragonesi i quali riaffidarono il feudo a Giovanni Antonio Del Balzo Orsini. Quest'ultimo insofferente della politica aragonese, che tendeva a privilegiare i piccoli proprietari terrieri a danno dei feudatari, si alleò con altri baroni contro il Re Ferdinando I° d'Aragona ricorrendo all'aiuto di Giovanni d'Angiò Duca di Calabria. La Puglia fu in quel tempo teatro di sanguinose guerriglie fino al 21 Settembre 1462 quando fu firmato un accordo tra Ferdinando D'Aragona e i Del Balzo Orsini. Esso prevedeva che in cambio del giuramento alla corona, tutti i titoli e privilegi che Bisceglie possedeva prima della guerra fossero riconfermati. Si trattava della detenzione di un corpo di guardie campestri, dell'elezione dei pubblici ufficiali e dell'esenzione delle tasseal 50 per cento. Il Conte Francesco II Del Balzo riottenne così Bisceglie iniziando un lungo lavoro di restauro e abbellimento della città.

Inizia la costruzione della nuova cinta muraria più alta e robusta, con vuoti e terrapieni per renderla più consona alla nuova metodologia di guerra fatta con le armi da fuoco. In questi anni il Conte fa restaurare gli altari della Cattedrale, riesumare le reliquie dei Santi le quali per l'occasione verranno sistemate in un'unica urna di cipresso richiamando una moltitudine di persone e di ammalati dai centri vicini. E' questo il periodo della costruzione del convento francescano presso la Chiesa di San Lorenzo e la donazione da parte del Re al Comune del largo del Palazzuolo. Alla morte del Conte gli succede il figlio Pirro che l'anno dopo, entrato nella Congiura dei Baroni contro il Re, perdeva del tutto il Feudo.

Bisceglie da contea diviene marchesato e assegnata al Re, Ferdinando I°, al figlio Francesco e dopo la morte di costui, al fratello Federico il quale, succeduto al padre Ferdinando, rende Bisceglie autonoma e libera da ogni vincolo feudatario. Ai primi del 500 poi, gli abitanti comprarono dall'Imperatore Carlo V, per 14 mila ducati, la loro definitiva indipendenza, affinchè non fossero più assoggettati o venduti a chi volesse infeudare la loro città. Ai primi del 500, il paese libero da vincoli feudatari, si presenta con una cinta muraria adatta a sostenere il nuovo modo di fare la guerra e cioè con le armi da fuoco. La nuova cinta muraria è aperta solo da sue porte; la Porta di Zappino a ovest e la Porta di Mare in corrispondenza del porto. Per ambedue le porte l'accesso era consentito solo ad angolo retto in modo da poter meglio controllare l'afflusso di gente e merci. Le mura sono fortificate dalla presenza dei torrioni, ne troviamo quattro: Torrione della porta di Zappino, Torrione di Sant'Angelo, Torrione dell'Abisso e Torrione di San Martino o degli Zingari. In seguito per l'adeguamento alle nuove strategie di guerra, vennero costruiti anche i Bastioni, cioè strutture pentagonali posti in punti strategici delle mura che servivano per prendere il nemico tra due fuochi. Tra questi merita di essere citato il Bastione di Porta Zappino detto la Polveriera, il quale nel 600 ospitò il Teatro di Bisceglie ma che, con le arretratezze burocratiche, politiche e sociali imposte dalla dominazione Spagnola, ben presto decadrà in abbandono. Sulle sue rovine verrà costruito dopo l'Unità d'Italia l'odierno Tatro Garibaldi.

La natura di città demaniale soggetta solo a re o imperatori, favorì il fiorire dei commerci, prevalentemente marittimi, e costituì un forte richiamo a fenomeni di immigrazione da parte di soggetti in cerca di fortuna o vogliosi di consolidare quella già acquisita. Il benessere, insieme con le libertà civili, è l'origine della straordinaria fioritura di dimore signorili, almeno una quarantina, che impreziosiscono il centro storico di Bisceglie affacciato su un antichissimo porto naturale. Si può cominciare da Via Tupputi per metà occupata dall'imponente mole del palazzo dei Marchesi Curtopassi, isolato sui quattro lati. Questa fu in grado di accumulare una ricchezza quasi leggendaria e di imparentarsi con le più importanti famiglie della nobiltà italiana.

Sono degne di attenzioni anche le dimore dei Vives, che conserva intatta una articolata scalinata rinascimentale, dei Torelli, degli Uva, abili e intraprendenti mercanti marittimi, la cui facciata è un vero e proprio palinsesto di architettura con elementi dal XIII al XVII secolo. Al termine di Via Tupputi di incontrano i resti del castello e si discende verso il mare, lungo la cinta muraria. Domina Via Trieste la composta edilizia di palazzo Ammazzalorsa, massiccia costruzione in cui si possono ammirare una raccolta privata di dipinti del Grosso, di sculture del Dossena e alcune collezioni.

Via Frisari, più silenziosa e solenne, regala all'osservatore l'elegante paramento a bugne diamantate di palazzo Frisari, bellissimo esempio di passaggio da abitazione a struttura verticale, casa-torre, ad abitazione a struttura orizzontale, casa-palizzata. La facciata è impreziosita dallo splendido balcone in pietra degno di fama superiore a quella che Shakespeare ha voluto donare al cosidetto "balcone diGiulietta" a Verona. Una maschera apotropaica sfacciata e beffarda sogghigna della seicentesca rostra che adorna il portale di palazzo Berarducci, offrendo agli abitanti della casa metafisiche garanzie contro il malocchio.

Le dimore Consiglio, Bufis e Schinosa sovrastano con la loro mole il passante. Su Via Trento, dopo il convento dei domenicani, oggi residenza municipale, si incontra il palazzo che Prospero Manes, ricco commerciante di grano, fece erigere nel 1776, riuscito compromesso tra il gusto rococò e quello neoclassico. La sua elegante facciata nasconde un interessante ciclo di affreschi  dell'artista napoletano Nicola Malinconico. Proseguendo verso la Cattedrale romanica, in Via Cardinale Dell'Olio, domina la scena il Palazzo Tupputi, il più pregevole della città, sede della Carboneria locale. Seguono, poi, le dimore dei Molinari, Posa, Veneziani, Ruggieri, tutti con elaborati timpani con conchiglia, ossequio di provincia al gusto rocaille.

Una passeggiata nei dintorni di Bisceglie non può prescindere da una visita ai Dolmen. Sorgono a breve distanza l'uno dall'altro, al massimo uno due chilometri in linea d'aria, lungo il percorso di Lama Santa Croce. Se ne contano quattro, benchè in passato fossero più numerosi. Si tratta di imponenti strutture funerarie megalitiche. In particolare, i dolmen biscegliesi, rientrano nella tipologia delle tombe dolmeniche a galleria e a corridoio entro tumulo ellittico e come tali sono databili al Bronzo Medio (XVI-XIV sec. a.C.). Fra quelli meglio conservati e più importanti d'Europa per dimensioni e bellezze di linee, c'è quello della Chianca. Formato da una cella quadrangolare alta 1.80 metri al centro, e da tre lastroni  verticali su cui poggia orizzontalmente un quarto lastrone più grande, al suo interno sono stati portati alla luce resti di animali, scheletri umani, coltelli di pietra e frammenti di piccoli vasi. Resti simili sono stati trovati in un altro Dolmen, quello di Albarosa, a poca distanza dal primo. Questo è formato da sette lastroni verticali e rappresenta il tipico tumulo-dolmen posto dove i primitivi solevano nascondere le tombe quando trasmigravano. Il Dolmen della masseria Frisari appare più logorato dal tempo anche se tuttora se ne può intravedere l'imponenza. Quello meglio conservato è il Dolmen dei Paladini che è lungo 2,75 metri e che rappresentava quasi intatti, al tempo della scoperta, i quattro lastroni del corridoio e tre celle. L'ultimo ad essere stato scoperto è il Dolmen di Giano, del quale restano soltanto un frammento di lastra e, intorno, resti dello specchione di copertura. Testimonianza di antichissimi insediamenti preistorici è anche la grotta di Santa Croce nei pressi di Bisceglie. Si è resa famosa dopo il ritrovamento del femore destro di un uomo della razza di Neanderthal, oltre a numerosi reperti come ceramiche, selci, raschiatoi, oggi conservati nel Museo Civico Archeologico "F.Saverio Majellaro".

Nei dintorni della città ci sono anche piccoli villaggi chiamati casali. Essi erano costituiti da un casamento fortificato e cinto di mura, da un cortile centrale e da una chiesa con cimitero adiacente. Nella seconda metà dell'XI secolo, quando mutarono le condizioni politiche ed economiche della regione, si formarono lungo la costa degli agglomerati urbani e piccole Diocesi per impulso dei Bizantini e dei Normanni. Pertanto, gli abitanti dei casali abbandonarono le proprie case per trasferirsi nelle sicure mura cittadine e a più redditizi mestieri. Il riferimento al casale di Giano compare per la prima volta in un documento, datato al 965 e contenuto nel Codex diplomaticus cavensis. Del casale oggi restano una chiesa, detta Santa Maria di Giano, con annesse altre fabbriche, in cui si riconoscono alcuni elementi del vecchio casale. L'importanza storica, oltre che artistica del Casale di Pacciano, è data invece, da un atto di concessione di privilegi, datato 1074, da parte del Vescovo Dumnello, in cui si concede agli abitanti dei casali di Crignano, Primignano e Zappino, l'edificazione della chiesa di Sant'Adoeno all'interno delle mura cittadine. Sono racchiusi tre edifici: la chiesa detta di Ognissanti, la torre con annessa fabbrica di tipo abitativo e un altro corpo costituito da un unico vano. Il casale di Sagina è il luogo sacro dell'agro. Nel 1167 furono riesumati i resti dei SS. Mauro, Sergio e Pantaleone, tra i ruderi di un oratorio costruito nella villa detta di Tecia. Su questi ruderi nel 1708 fu costruita l'odierna cappella dei Santi con torretta annessa. Nel casale di Zappino sono ancora visibili la chiesettam medievale e il recinto murario. Nei pressi sorge una torre d'epoca posteriore. Nel casale si venera ancora una Madonna dal colorito bruno,apportatrice di piogge, la cui festa cade la prima domenica dopo Pasqua. Il Casale di San Nicola è quello meglio conservato. Esso presenta tracce di architettura araba nel portale d'accesso e conserva integre la cinta muraria, le due torri di vedetta e l'interno di una chiesetta romantica. A cinque chilometri dalla città sorgeva il Casale di Carignano, mentre il Casale di Salandro, da un nome bizantino, è situato al confine con l'agro molfettese.

Del castello duecentesco si conservano tre magnifiche torri, due tratti di cortine, la chiesa palatina e i resti del palatium. La Torre Piccola è d'età sveva e sul suo fronte occidentale, che guarda la città, si apriva l'ingresso al castello, costituito da due accessi: uno pedonale e uno carrabile, con doppio ponte levatoio. La torre di Nord-Ovest resta la sola fondazione. Il basamento della Torre Maestra invece conserva traccia di epoca precedente. La piazza Duomo ci mostra il laterale della bellissima Cattedrale dedicata a San Pietro, in onore di Pietro il normanno, probabile fondatore della chiesa e della città. E una delle più antiche chiese romaniche di Puglia e rappresenta, nelle decorazioni dell'arco del portale principale, una preziosa testimonianza del'arte e della concezione religiosa medievale. La data del 1073 ci ricorda la prima consacrazione di un complesso non ultimato; la seconda avvenne nel 1295. Nel secolo XVIII subì una trasformazione in stile barocco. E' stata riportata all'antico splendore negli anni 1965-72. La facciata ha un portale ornato, a triplici archivolti, con protiro sorretto da grifi, su colonne di marmo, con capitelli a foglie d'acanto e a protomi umane angolari. L'interno è a pianta basilicale a tre navate con matroneo; la facciata absidale conserva un'elegante monofora con elementi bestiari. Nell'interno si ammirano; un prezioso coro ligneo del XVII secolo, proveniente dalla Badia Benedettina di Santa Maria dei Miracoli di Andria; un pannello di San Benedetto scolpito in legno, dello stesso coro. Detto coro, completo di seggi, fu concesso alla cattedrale da Giuseppe Bonaparte nel 1807.

La cripta poggia su dieci colonne di breccia corallina e subì rimaneggiamenti nel secolo XVII; in essa si venerano le sacre reliquie dei tre Santi Martiri protettori di Bisceglie; San Sergio, San Mauro Vescovo e San Pantaleone. Le reliquie, rivenute nel territorio biscegliese nel 1167, spinsero i cittadini, come consuetudine a quel tempo, a edificare questa cripta. L'Abazia di Sant'Adoeno, nel cuore del centro storico, è uno dei più puri esempi di stile romanico pugliese. Fu fondata nel 1074 dalle genti dei casali di Cirignano, Pacciano e Zappino alle quali venne concessa con un atto del Vescovo Dumello. Fu dedicata ad Adoeno Dado, Vescovo di Rouen, protettore dei soldati normanni, nonchè alla Madonna del Soccorso e a San Giovanni Evangelista. Secondo la tradizione, alla costruzione della chiesa concorsero i soldati normanni del presidio, dai quali ebbe il nome di Sant'Adoeno, santo del tutto sconosciuto in Puglia. Del santo la chiesa conserva tutt'ora una piccola reliquia, fatta venire espressamente dalla Normandia. La chiesa fu consacrata nel 1367 dal Vescovo Simeone de Rayano con un rito solenne cui parteciparono altri sei vescovi.

L'anno successivo, durante lo scisma cattolico, l'antica rivalità con la cattedrale sfociò in una lotta aperta e Sant'Adoeno divenne sede del vescovo scismatico Nicola Petracino, eletto dall'antipapa. La facciata a cuspide, in pietra scura, è in conci di calcare e reca un timpano mozzato, coronato da un'aquila sovrastante un fiera; nel mezzo della facciata c'è un rosone a cinque mensole recanti quattro leoni e la statua di Sant'Adoeno.

La chiesa di Santa Margherita è la gemma di Bisceglie. Fine modello di architettura romanico-pugliese, venne costruita dalla famiglia dei Falconi fuori le mura urbane nel 1197. Immune rifacimenti posteriori, la chiesetta ha conservata integra la sua bellezza, fatta di armonia e semplicità. E' in pietra da taglio a corsi disuguali; la pianta è rettangolare con cupola centrale su pennacchi e abside semicircolare. La cupola, quadrata all'esterno, è coperta da un tetto a piramide. La facciata a cuspide a paramento liscio termina in un frontone triangolare con coronamento di archetti rampanti e ha una rosa scolpita con la sigla della Santa; il portale è a doppio arco falcato. L'interno della chiesa è a una navata. A destra è visibile un baldacchino a due colonne su leoni romanici. Addossati al fianco sinistro, ci sono tre sepolcri dei Falconi, gli unici del genere nell'Italia meridionale.